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Comunicati stampa Egea | 28/04/2005

Il dragone cinese incontra l'aquila americana

STA NASCENDO UNA NUOVA POTENZA CHE, PER CRESCERE, CERCA LA STABILIT POLITICA DELLAREA ASIATICA E PERSEGUE LINTEGRAZIONE ECONOMICA CON IL CONTINENTE E IL RESTO DEL MONDO

 

Maria Weber
Il dragone e l’aquila
Cina e Usa. La vera sfida
Università Bocconi Editore, Milano
176 pagine, 14 euro

L’ascesa economica della Cina, cresciuta dal 1978 in poi a ritmi vicini al 9% annuo, ha messo il mondo di fronte alla nascita di una nuova potenza, che Stati Uniti ed Europa non possono permettersi di ignorare. Pechino ha già integrato la propria economia a quella del resto dell’Asia, e poi del resto del mondo, in modo inestricabile. Lo testimoniano alcuni dati, a partire dagli investimenti diretti esteri nel paese (nel 2004 ne sono stati pattuiti per 153,48 miliardi di dollari e realizzati per 60,63), fino al commercio internazionale (1.154,7 miliardi di dollari, con un surplus di 32 e una crescita superiore al 35% sia per l’import sia per l’export), passando per il fabbisogno energetico, che ha fatto crescere di un terzo le importazioni di petrolio e del 173% quelle di diesel, ma lo dimostra soprattutto la politica internazionale cinese.

“A più riprese negli ultimi anni”, scrive Maria Weber, “Pechino ha dimostrato di ricercare un riconoscimento internazionale del proprio status di grande potenza tramite un atteggiamento responsabile, volto al mantenimento della pace in Asia”. La Cina si sta avvicinando a rivali storici come India e Russia e ha recentemente definito confini contestati per decenni con Kazakistan, Kirghizistan, Laos, Tagikistan, Vietnam e la stessa Russia. Dal punto di vista più squisitamente economico, non è significativo solo l’ingresso nel Wto, ma anche l’avvicinamento all’Asean e lo sviluppo dei rapporti con Hong Kong (vero portale d’ingresso alla regione e base delle triangolazioni che consentono di mantenere rapporti economici assidui, anche se non ufficiali, con Taiwan), sulla base di una progressiva eliminazione dei dazi.

L’America si interroga sulla possibilità che la Cina, elevata al ruolo di grande potenza economica, possa entrare in rotta di collisione con gli Stati Uniti. Se le dichiarazioni di principio dell’amministrazione Bush sembrano, a tratti, far presagire questa possibilità, la realtà economica, secondo Weber, racconta un’altra verità. I cinesi sono ormai i secondi detentori di bond americani e contribuiscono a tenere basso il costo dell’indebitamento degli Stati Uniti. “Il decimo piano quinquennale (2001-2005) della Repubblica Popolare”, scrive inoltre Weber, “include la cosiddetta Go global policy, che intende spingere le aziende multinazionali con sede in Cina a espandere le loro quote di mercato all’estero”. Anche se gli investimenti diretti cinesi all’estero rimangono relativamente esigui (lo 0,5% dello stock mondiale), Pechino è attiva non solo in Asia, ma anche in Africa e Sudamerica e ha recentemente messo a segno dei colpi ad alta visibilità persino negli Stati Uniti, come l’acquisizione della divisione personal computer di Ibm da parte di Lenovo.

Condoleezza Rice, nel gennaio 2000, delineò quella che sarebbe diventata la politica dell’amministrazione Bush in un articolo comparso su Foreign Affairs. Mettendo l’interesse nazionale davanti all’interesse di “un’illusoria comunità internazionale”, Rice delinea una politica definita di congagement (containment più engagement, ovvero contenimento e coinvolgimento): la Cina dovrà essere integrata nel sistema economico globale e, allo stesso tempo, contenuta sul piano militare, per evitare la tentazione del confronto ostile.

Nei primi mesi della sua amministrazione, Bush ha intrapreso con decisione la strada del contenimento, ma la reazione solidale dei cinesi all’11 settembre ha allentato la tensione. “La cooperazione cinese alla lotta contro il terrorismo internazionale va letta anche nella più ampia cornice della volontà di Pechino di far giocare alla Cina un ruolo internazionale di primo piano”, chiarisce Weber.

L’autrice delinea anche l’evoluzione dell’atteggiamento cinese nei riguardi degli Stati Uniti. All’indomani della fine della guerra fredda, i cinesi sembravano convinti della nascita di un nuovo assetto multipolare. Negli ultimi anni si è, invece, fatta strada la convinzione che la creazione di un mondo realmente multipolare, con il conseguente indebolimento della supremazia americana, sia molto lontana. I cinesi avrebbero, perciò, deciso di evitare confronti diretti con gli Stati Uniti, a favore di una politica di egemonia regionale basata sulla costruzione di legami di fiducia con il resto dell’Asia.

La grande assente, in uno scacchiere che, cambiando, apre nuove opportunità, è l’Europa.

Maria Weber insegna Scienza della politica all’Università Bocconi di Milano. Fra i suoi libri più recenti vanno ricordati After the Asian Crises, London, 2000, e Il miracolo cinese, Bologna, 2°ed., 2003.

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SCHEDA. Università Bocconi editore

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