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| 30/01/2007

Reddito minimo universale: dall'Utopia all'utopia e ritorno

PHILIPPE VAN PARIJS E YANNICK VANDERBORGHT, IN UN LIBRO PUBBLICATO DA UNIVERSIT BOCCONI EDITORE, DISCUTONO I FONDAMENTI ETICI E I MECCANISMI ECONOMICI DI UN REDDITO DI CITTADINANZA

Philippe Van Parijs
Yannick Vanderborght
Il reddito minimo universale
Università Bocconi editore, 2006
190 pagine, 14 euro
Nell’Utopia di Thomas More (1516) il viaggiatore Raphaël argomenta con l’Arcivescovo di Canterbury che un reddito minimo contribuirebbe alla lotta alla criminalità più della pena capitale. Oggi Philippe Van Parijs e Yannick Vanderborght (Il reddito minimo universale, Università Bocconi editore, 190 pagine, 14 euro) sostengono la superiorità di un reddito di cittadinanza individuale, universale e incondizionato, erogato dalla comunità politica a tutti i suoi membri, rispetto a ogni altra forma di welfare, basando la loro affermazione su argomenti etico-filosofici, ma sostanziandola con una puntuale analisi economica.

In buona sostanza, solo con la sicurezza di un reddito minimo universale i cittadini, secondo i due autori, potrebbero dirsi effettivamente liberi di compiere ogni altra scelta di vita, senza lo spettro della necessità di sussistenza.

Il dibattito sul reddito minimo universale, pur trovando degli antecedenti fin dal XVI secolo, diventa di vera attualità con la rivoluzione industriale e con i connessi bisogni di protezione sociale. Van Parijs, che insegna etica economica e sociale a Lovanio e filosofia politica ad Harvard, è uno dei protagonisti del dibattito, soprattutto europeo, sul reddito di cittadinanza degli ultimi venti anni. “Per alcuni”, scrivono gli autori nell’introduzione, “il reddito minimo universale costituisce un rimedio decisivo a numerose piaghe sociali, a cominciare dalla povertà e dalla disoccupazione. Per altri, è soltanto un’assurda chimera, economicamente impraticabile ed eticamente ripugnante”. Van Parijs e Vanderborght non fingono di essere neutrali, ma cercano di fornire al lettore le basi intellettuali per affrontare con cognizione di causa il dibattito.

Le resistenze all’introduzione di un automatismo che distribuisca una uguale somma di denaro a ogni cittadino, miliardario o nullatenente, impiegato, disoccupato o estraneo per scelta al mercato del lavoro sono “concettuali e morali prima ancora che di bilancio”, spiega nella prefazione Chiara Saraceno, ed è proprio a queste obiezioni che i due autori rispondono, in dettaglio, nel libro.

In queste pagine aleggia una certa fiducia nel fatto che il reddito minimo universale si sia affrancato, nell’ultimo quarto di secolo, dalla zona d’ombra dell’utopia, per avvicinarsi ad essere una reale possibilità. L’unico luogo al mondo in cui è realtà, anche se in piccola scala, è l’Alaska. Dal 1981 parte degli introiti derivanti dallo sfruttamento del sottosuolo sono divisi in parti uguali tra i cittadini, anche se la cifra risultante non è particolarmente significativa. Altrove, come in Brasile, se ne sono gettate le fondamenta, ma i vincoli di bilancio rimangono troppo stringenti per immaginare un’imminente realizzazione. In altri casi, come il reddito minimo d’inserimento francese, si assiste a provvedimenti che si avvicinano al reddito minimo universale, ma non rispondono a tutte le sue caratteristiche.

Perché il percorso verso l’introduzione di qualche forma di reddito di cittadinanza, magari su base europea, si compia, i due autori contano molto sullo sforzo intellettuale e di chiarificazione del lavoro loro e degli altri studiosi che si occupano del tema. “La battaglia non è già vinta, né in un senso né nell’altro” concludono. “Può non essere sbagliato tentare di influenzarne l’esito con una riflessione lucida su ciò che le scienze sociali ci insegnano e su ciò che la giustizia richiede”.

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